Hans Paule. L’austriaco che amava le isole – L’UNIONE SARDA 14 agosto 2004 – Posted in: Arte, Eventi, Pubblicazioni, Rassegna stampa – Tags: , , , , ,

di Alessandra Menesini

Hans Paule, il viennese che amava le isole, tra Capri e la Sardegna consumò tutta la sua non
banale esistenza. La mostra “Dioniso tra le isole. Hans Paule: un artista e il suo tempo. CapriSardegna 1900 1951”, allestita fino al 31 agosto al Grand’Hotel Quisisana di Capri per la cura di Antonella Basilico Pisaturo (e organizzata da “La Conchiglia Libri & Arte”), mette insieme le opere di Hans Paule e dei suoi contemporanei. Di quelli, tanti, che scelsero Capri nell’inimitabile stagione della prima metà del Novecento e vi rimasero a lungo o non se ne andarono più.
Hans Paule morì, dicono, mentre si abbandonava ad una delle sue omeriche risate proprio nel cuore della Piazzetta di Capri. All’Isola Azzurra arrivò al seguito del suo maestro Karl Wilhelm Diefenbach, pittore tedesco ditalento, dallo stile di vita assai originale comprensivo di saio bianco e barba patriarcale.
Paule non era decisamente da meno. Viveva in una grotta, si cibava di ricci e patelle, si lavava in una pozza di acqua piovana e beveva le gocce di una stalattite. Colto troglodita, aveva studiato alla Kunstenhaus di Vienna e amava la compagnia delle sirene, ma non disdegnava di frequentare il caffè Zum Kater Hiddigeigei, dove si radunavano gli eletti spiriti di quell’enclave cosmopolita.
Una sera, si racconta, Hans il cavernicolo vendette al caffè un’intera cartella di disegni. Strappato da mercanti ed estimatori Tuo anfratto marino, cambiò casa scegliendo, come consona dimora a un artista ormai acclamato, una rimessa di pescatori. Alla locanda Pagano incontrava aristocratici come la marchesa Casati, che aveva affittato la villa di Axel Munte, e colleghi di grido come Fortunato Depero.
Quando, nel 1915, il Governo italiano lo confinò in Sardegna perché infido suddito asburgico, ne fu lietissimo. Proprio come accadde a Amelie Posse Bradzova, scrittrice svedese anche lei mandata al confino e dolcemente approdata ad Alghero e che interruppe a malincuore il suo “interludio di Sardegna” per poi subito dopo recarsi a Capri.
Sicuramente felice dunque, raccontano gli scarsi biografi di Hans Paule, di addentrarsi in una terra selvaggia e inesplorata, planando nel cuore della Barbagia e rimanendovi per dieci anni. A Tonara dai dolci torroni, rievoca Giorgio Pellegrini, che si è messo per primo sulle sue tracce, fu accolto con molta benevolenza dal sindaco Giovanni Tore e dalla sua vasta famiglia.
Di fronte al pericoloso confinato, il sindaco agisce secondo le più nobili regole dell’ospitalità.

Se lo porta a casa una casa di pietra nel borgo di Arasulè e gli assegna la mansarda. Il luogo e la gente garbano tanto all’ex mangiatore di ricci da spingerlo a trattenersi in quel posto ben oltre la fine della guerra. La mansarda diviene così un laboratorio di bellissime xilografie eseguite su robusto e duttile legno di castagno e la piccola Ester, settima e ultima figlia del sindaco Tore, attratta da questo “tedesco ” che tramuta il legno in figure, impara a disegnare e a usare il torchio.
Ogni tanto lo straniero accompagna i venditori di pelli che a cavallo vanno nei paesi vicini ed è lì, in quelle contrade barbaricine, che Hans Paule trova la sua seconda “fonte dionisiaca”. Forse non sarebbe mai andato via, se il sindaco amico non si fosse trasferito a Cagliari. Bisognava partire, tornare all’altra isola, non alla nordica natia Vienna. Paule affida tutta la sua produzione alla famiglia Tore, affinché la conservi sino al suo (mai avvenuto) ritorno.
Ma il destino singolare di quest’uomo singolare volle diversamente. La casa che custodiva le opere divenne teatro di un delitto, quindi sigillata dai carabinieri e infine demolita. Sparirono in gran numero gli scuri pastori e le donne in costume, i ritratti che sembrano scaturire dalla materia stessa del legno. Silenzio e solitudine scolpirono quelle incisioni come la mano felice dell’autore e, insieme, le severe sagome sarde che si caricano di caldi colori mediterranei.
Nell’energica sintesi consueta ad un artista tanto irruento nel carattere quanto sorvegliato nel gesto pittorico, appaiono anziani venerandi, donne in crocchio a filare la lana, giovani sdraiati. Il tratto è geometrico e netto, i volumi plastici, nel rendere il bianco e nero dell’abito tradizionale. Ma la portatrice di corbula si staglia su un fondo rosso corallo che si riversa sulle sottane pieghettate delle donne alla fonte.
Nelle sue composizioni, Hans Paule asciuga ogni folklore, i suoi modelli sono assolutamente composti, quasi ieratici anche nel movimento. Lo guidava forse una sorta di rispetto per la terra dove aveva condiviso coi suoi ospiti “una vita intatta”, ma già in pericolo se scriveva, nel settembre del 1921, al suo amico Edwin Cerio: “Anche la Sardegna muore”. Un’attitudine alla riflessione che gli faceva replicare nei dipinti, nelle sanguigne, nelle acqueforti, i Faraglioni rocciosi di quell’isola di Capri dove rientrò nel 1924.
Nella piccola patria ritrovata, Paule frequentava Alberto Moravia e Curzio Malaparte, partecipava alle feste elegantissime del conte Fersen con i sandali ai piedi e una camicia a quadri, sorpreso del riguardo con cui, in quegli anni e in quel luogo, si trattava un artista.
Scorre un’epoca, sul catalogo edito da “La Conchiglia Libri & Arte”, i nomi e le immagini tra gli altri di Gilbert Clavel, Laetitia Cerio, Paolo Falco, protagonisti delle estati capresi. Un autoritratto, e una foto, di Hans Paule ce lo mostrano con li occhialini tondi, corta barba, 1 espressione intensa: le sauvage che ha scrutato la sua anima tra il mare di Capri e i graniti di Barbagia.