Muti a Nisida e tra i cimeli della Biblioteca – LA REPUBBLICA NAPOLI 1 dicembre 2018 – Posted in: Pubblicazioni, Rassegna stampa – Tags: , , , ,

di Stella Cervasio

Un’altra giornata napoletana per Riccardo Muti che ha voluto visitare una seconda volta i ragazzi di Nisida. Ha pranzato con loro ed è rimasto nell’istituto di pena anche oltre, fino a far tardi alla seconda tappa della giornata, la Biblioteca nazionale, per vedere le rarità in materia di bibliofilia e musica e tornare sui passi del primo direttore della Nazionale, Vito Fornari, che era di Molfetta, di dove Muti è originario. Nel corso della visita, il maestro è stato raggiunto da Jeff Alexander, presidente della Chicago Symphony Orchestra, di cui Muti è direttore musicale. Il pomeriggio si è concluso nella Sala Rari della biblioteca, dove Muti ha introdotto la presentazione del libro del suo amico ex sovrintendente Francesco Canessa “C’eravamo tanto odiate”, dedicato al rapporto tra due dive : Tebaldi e Callas. Il giro comincia al quarto piano della Nazionale, dove a Muti, accompagnato dal funzionario Gennaro Alifuoco, viene mostrata la collezione di cimeli musicali del fondo Lucchesi-Palli: dalla maschera di scena da

Recensione di Stella Cervasio su La Repubblica Napoli per C'eravamo tanto odiate di Francesco Canessa

Pulcinella di Salvatore De Muto, il fondo donato dagli eredi di Raffaele Viviani, con il vestitino che il drammaturgo indossò per esordire in scena a soli 4 anni. Al direttore d’orchestra viene fatto vedere anche il materiale studiato da Salvatore Di Giacomo: «Era anche musicista?». E ancora: la lettera di Paisiello a Ferdinando Galiani e «il fondo più significativo – spiega Alifuoco – il carteggio tra Verdi e Torelli e la corrispondenza con Cammarano, la prima bozza del Re Lear che non fu mai realizzata e una lettera che riguarda il Trovatore». Solo una parte, spiegano a Muti, delle 80 lettere di Verdi in possesso della Biblioteca nazionale di Napoli. E c’è una curiosità che attira l’attenzione del visitatore: l’Album Verdi realizzato dal fan verdiano Ettore Alberghi, che poco dopo la morte del musicista riuscì a farsi dare dalla sua governante le bozze di lettere e tutto quello che era contenuto nel cestino della carta straccia. Un fanante litteram, che raccolse e incollò su questo “zibaldone” della “Verdi-manìa” finanche gli incarti dei dolciumi e le etichette dei cioccolatini che avevano disegnato sopra il ritratto del musicista. Ma anche testimonianze di colleghi illustri, come Mascagni, Puccini, Toscanini, il cui autografo viene subito notato da Muti. All’ingresso della sala il musicista si ferma a guardare il busto di Vito Fornari, primo direttore della Biblioteca nazionale, che era di Molfetta. Al primo piano poi, con gli scritti dello stesso Fornari, Muti ha potuto ammirare un evangeliario di epoca angioina e un testo del XIV secolo in cui è raffigurata la personificazione della musica. Muti si ferma poi a lungo su un manoscritto originale di Giacomo Leopardi, lo legge e lo commenta. Il gruppo che segue il maestro si sposta nella Sala Rari per la presentazione del libro di Canessa, dove Muti riceve da Vincenzo De Gregorio e da Elio Lupi la tessera onoraria di ex allievo del Conservatorio San Pietro a Majella. «Tutta la mia giovinezza – spiega Muti – si è svolta tra il liceo Vittorio Emanuele e il Conservatorio. Nel mio telefonino porto le due iscrizioni relative a Vito Fornari che si trovano all’ingresso del cimitero di Molfetta, che è tenuto molto meglio di quello di Napoli delle 366 Fosse». Il cimitero di Ferdinando Fuga dove Muti è andato a visitare le tombe dei genitori ha ricevuto le prime critiche del direttore d’orchestra. Le successive sono andate al conservatorio, con le pareti invase dai graffiti. E anche qui Muti le ribadisce: «Ripeto: aspetto che qualcuno intervenga all’ex convento dei Celestini ora San Pietro a Majella perché ridiventi un luogo di cultura e non l’orrendo posto degli scarabocchi dei vandali. Mi hanno chiesto di andare a trovarli. Ma se ci andassi mi susciterebbe la reazione di prendere a calci chi ha danneggiato la mia scuola». In platea c’è anche il direttore Carmine Santaniello: «Ho già risposto al maestro, i graffiti c’erano da prima del mio arrivo, dieci mesi fa. Ho potuto solo predisporre un piano di restauro che rimedierà anche a questo». Muti conclude con il suo ricordo di Renata Tebaldi e di Maria Callas. Due gli episodi. «Tebaldi l’ho conosciuta personalmente: veniva alle mie prove della Forza del destino alla Scala, sedeva in fondo e nell’intervallo parlavamo dello spettacolo, lei era stata una grande Leonora. Dava giudizi molto netti su cantanti che ancora calcano le scene. Una volta mi portò un pacchetto: una lettera autografa di Verdi. Disse: “L’ho tenuta sul mio pianoforte per tutta la vita, ora voglio che lo abbia lei”». Maria Callas invece gli telefonò dalla Florida dov’era in vacanza: «Preparavo Macbeth e la volevo come protagonista. Scherzò con me in maniera molto femminile: “Non ci conosciamo, ma so che lei mi sta cercando per il Macbeth”. Solo alla fine disse “sono Maria Callas” e cambiando il timbro della voce, disse “È tardi”, come nel Trovatore, con voce misteriosa e profonda. Di lei mi è rimasto quel ricordo e l’aspetto scherzoso del suo carattere, dimostrato in quella telefonata».