Caruso una voce nel mito – IL MESSAGGERO 10 gennaio 2016 – Posted in: Pubblicazioni, Rassegna stampa – Tags: , , , ,

di Rita Sala

Elegantissimo (almeno da quando la fortuna gli sorrise, facendogli guadagnare cifre astronomiche), ma sempre un po’ vistoso. Un vero italiano, diceva malignamente il suocero americano, un ricco borghese suo coetaneo, che avversò fino alla fine il matrimonio del tenore quarantacinquenne con la giovane figlia Dorothy, ansiosa di fuggire dalla casa paterna. Il maturo spasimante, in ogni caso, era da tempo l’idolo del Metropolitan. Parliamo di Enrico Caruso, la voce lirica maschile più famosa del mondo, nato a Napoli nel 1873 e spentosi a meno di cinquant’anni nella sua città, in una suite dell’albergo Vesuvio che porta il suo nome, e ha ispirato a Lucio Dalla la celeberrima canzone “Dallamericaruso”.

LA STORIA
Da poco nelle librerie, per le Edizioni de La Conchiglia, il libro di Francesco Canessa “Ridi pagliaccio! Vita, morte e miracoli di Enrico Caruso”(205 pagine, 20 euro), un saggio tra biografia e aneddotica che ci restituisce il sapore squisitamente partenopeo di un artista di umili origini, ma capace di scalare il tetto della popolarità grazie al suo talento e alla pervicacia lavorativa degli emigranti italiani. La svolta verso il mito, non a caso, arrivò per il tenore dopo una gioventù trascorsa cantando nel coro della chiesa e con gli
amici di una “posteggia”, e aver affrontato durissimi anni di formazione vocale. Poi i primi consensi e i primi cachet riscossi in patria e la partenza per l’America. Dove, a New York, al Met governato dagli italiani – dal diremmo oggi “sovrintendente”, il plenipotenziario Gatti Casazza, al grande Arturo Toscanini, direttore musicale – cantava una pletora di artisti italiani, molti dei quali napoletani, scritturati per Verdi, Donizetti e Puccini su quel palcoscenico al tempo stesso generoso e crudele.
Canessa intreccia la storia del tenore, in parte, con le vicende della propria famiglia, tre membri della quale, proprio a New York, furono sempre vicini a Caruso e lo educarono al collezionismo d’arte e all’amore per la cultura. Ma non è certo questo il cuore del libro. Che mira a cogliere il carattere assolutamente tetragono e insieme esaltato, romantico e passionale del tenore, autoreferenziale eppure altruista e generoso. Ed è proprio grazie all’impeto, al suo costante “non cedere”, che il fenomeno italiano, davvero miracolosamente, riuscì a cantare ad altissimi livelli per tutta la sua breve vita, nonostante la salute (a parte gli anni della prima giovinezza) non l’abbia certo assistito. Prima un’operazione alla laringe, dalla quale si riprese benissimo e che nulla lese della voce brunita e
lucente, poi l’affezione polmonare di cui alla fine fu vittima. Come ben descrive Canessa, don Enrico, che cambiava medici a velocità supersonica quando le diagnosi non corrispondevano alle sue aspettative, usava ogni recita d’opera, ogni concerto, ogni apparizione in pubblico come adrenalina pura, trasformandosi in un leone a contatto con il canto e con gli applausi. Basti pensare che quando le emorragie gli procuravano sbocchi di sangue durante l’esibizione, non chiedeva l’interruzione dello spettacolo, ma si detergeva le labbra con i fazzolettini passatigli dai colleghi e dai tecnici appostati in quinta. Sempre più ricco e osannato, il tenore sosteneva ritmi lavorativi oggi impensabili, passando da Aida a Rigoletto, da Elisir d’Amore ai Pagliacci senza che da un titolo all’altro trascorresse più di un
giorno. E non temeva di affrontare le grandi opere francesi, le novità, le partiture mai eseguite, accompagnando l’evoluzione naturale dello strumento vocale dallo squillo tenorile di Radames agli
abissi baritonali dell’ultimo periodo, mai capaci, però, di offuscare la cifra originaria del suo cantare.

LA CARRIERA
Inutile ripercorrere tappe e titoli, innumerevoli, della carriera di Caruso: in pratica il tenore napoletano ha cantato tutto, al fianco di prime donne e comprimari degni del suo valore, dalla carismatica Rosa Ponselle, alla bellissima Lina Cavalieri ad Antonio Scotti, detto Totonno. Prima di incontrare la  prosperosa Dorothy, che nulla sapeva di lirica e, nei grandi alberghi frequentati dal marito, rimaneva ad annoiarsi nei propri appartamenti, Caruso aveva vissuto una lunga e intensa relazione con la cantante Ada Giachetti, libera e libertina. Ebbe da lei due figli. La Giachetti, che non lo seguiva quasi mai, a un
certo punto fuggì con l’autista di casa e perseguitò l’ex compagno con accuse false e inesauste richieste di denaro. Da Dorothy, invece, Enrico ebbe la femmina che desiderava, Gloria, frutto di un matrimonio durato appena trentacinque mesi. Con la figlia e la moglie, che per sposarlo si era fatta cattolica, abiurando la confessione protestante nella quale era nata, Caruso si fa ritrarre in fotografia, padre felice e orgoglioso benché già malato in modo irreversibile. Attorno a lui il girotondo dei medici continuava intanto senza alcun risultato. Don Enrico, tornato in Italia dopo il dorato “esilio” americano, tassativo anche per i pericoli della guerra, respirava comunque l’aria di Sorrento, di Capri, e ritrovava gli incanti della sua Napoli, nel cui teatro lirico, il San Carlo, mai fu veramente fischiato, come hanno raccontato per troppo tempo i gossip e le leggende. Negli ultimi giorni stilò di suo pugno un secondo testamento (il
primo, redatto qualche tempo addietro, era diverso) e nominò eredi i due figli maschi e il fratello.
Provvedeva alla moglie Dorothy ma dimenticava completamente l’unica figlia femmina. Il suo patrimonio, via via ingrossato da compensi sempre più stellari, anche per la popolarità ottenuta grazie alla collaborazione con la nascente industria discografica (ci restano testimonianze della sua arte attraverso incisioni ancora perfettamente godibili), era in ogni caso sufficiente a coprire qualsiasi esigenza. Agosto 1921, Napoli, Hotel Vesuvio. Scrive Canessa: «I medici furono concordi nel dichiarare le
condizioni dell’artista preagoniche; a Giovanni e a Dorothy dissero con rammarico, ma con chiarezza, che la scienza non poteva fare più nulla, solo alleviare il dolore. L’indomani, in un’alba lucente, preludio a una giornata caldissima, Enrico, con un filo di voce, chiamò il fratello: Giovà, affaccete ‘o balcone e salutame ‘a muntagna. È il nome che i napoletani veraci danno al Vesuvio. E spirò».
Ancora: «Il signor Vincenzo Sindaco, cameriere di ristorante in pensione, alla domenica mattina
santifica la festa salendo in collina, sino al camposanto, per far visita a don Enrico. Ha con sé un
moderno apparecchio digitale, siede sui gradini della Cappella, preme un tastino e, come per miracolo, di nuovo si spande tra i viali e le croci del Cimitero del Pianto la voce di Caruso».

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